Servono alleanza solide

Come leggere politicamente i risultati di questo turno di elezioni amministrative? Siamo ad un pari e patta tra centrosinistra e centrodestra?
Il dato più eclatante è l’astensionismo. Il segnale è chiaro e la politica, a prescindere da destra e sinistra, deve registrarlo e farne tesoro, perché nel 2027 la sfida sarà ancora più ampia e non possiamo arrivarci senza aver convinto gli aventi diritto a recarsi alle urne. Resta, a livello politico, un altro dato: quando il centrosinistra si dimostra credibile, unito e con dei programmi di spessore vince. Abbiamo già eletto sette sindaci di capoluogo al primo turno, mentre il centrodestra tre, e sono convinta che alla fine dei ballottaggi il risultato sarà migliore della volta precedente. Non mi sembra un pareggio. Il quadro resta aperto e molto combattuto, ma emerge anche che il centrodestra non è affatto imbattibile. Dove abbiamo costruito alleanze solide, parlato di lavoro, sanità, trasporti e qualità della vita delle persone, gli elettori e le elettrici ci hanno dato fiducia.

Il trionfo di Vincenzo De Luca a Salerno e l’ottimo risultato di Matteo Biffoni a Prato leniscono un po’ la cocente delusione di Venezia?
Le elezioni amministrative non sono mai un referendum nazionale, ma raccontano storie territoriali molto diverse tra loro. A Salerno il risultato di Vincenzo De Luca conferma un radicamento amministrativo e politico molto forte, così come l’affermazione di Matteo Biffoni dimostra quanto contino credibilità, esperienza e rapporto con il territorio, che del resto aveva già dimostrato alle ultime regionali, nonostante le inchieste. Sono risultati importanti per il centrosinistra, costruiti sul lavoro fatto nelle comunità locali. Detto questo, non credo sia utile leggere tutto con la logica della compensazione tra vittorie e sconfitte. Venezia resta una città simbolica e il risultato lì merita certamente una riflessione politica seria, in particolare valutando il radicamento dell’ex sindaco attraverso il risultato della lista civica, ma non cancella i segnali positivi arrivati da altri territori. La lezione che dobbiamo portarci a casa è che il centrosinistra è competitivo quando riesce a essere unito, concreto e vicino ai bisogni reali delle persone. Dove questo accade, i risultati arrivano.

C’è chi sostiene che l’onda lunga del No al referendum sull’ordinamento giudiziario non ha avuto il riscontro che la sinistra si aspettava in questa tornata elettorale. Eccesso di ottimismo?
Non credo sia corretto leggere le amministrative come una conseguenza diretta del referendum sull’ordinamento giudiziario. Sono due piani diversi, con dinamiche e fattori molto differenti: al referendum si vota su un tema nazionale e molto identitario, alle amministrative invece contano le persone, le coalizioni e il lavoro fatto nei territori. Parlare di ‘onda lunga’ rischia di semplificare troppo una realtà che è molto più complessa. Il voto locale non si trasferisce automaticamente da una consultazione all’altra, e infatti abbiamo visto risultati molto differenziati da città a città. Più che di eccesso di ottimismo o di delusione, parlerei della necessità di leggere il voto per quello che è: un insieme di storie locali, che confermano quanto sia decisivo il radicamento e la credibilità delle proposte sul territorio. I risultati andranno letti dopo i ballottaggi, ma già adesso credo si possa dare un giudizio positivo, nonostante le delusioni di Venezia e Reggio Calabria il centrosinistra vince in molti comuni in cui prima non governava, e penso ad esempio a Pistoia e ad Avellino.

Il voto amministrativo, soprattutto quello che riguarda i comuni, ripropone la questione del radicamento nei territori e la scelta di candidati all’altezza. Il Pd ha qualche autocritica da farsi?
Partiamo dal presupposto che, si vinca o si perda, ci sono sempre delle lezioni da imparare e degli scenari di cui fare tesoro. Il radicamento nei territori e la scelta di candidati all’altezza non riguarda solo il Partito Democratico ma tutta la coalizione. Le elezioni amministrative lo ricordano sempre: non basta un simbolo o un’alleanza nazionale, servono persone riconoscibili, credibili e capaci di governare i problemi concreti delle comunità. Resta evidente che anche il Pd deve continuare a interrogarsi sulla propria capacità di selezionare classi dirigenti locali e di costruire un rapporto più forte e continuativo con i territori. Dove questo lavoro è stato fatto bene, i risultati sono arrivati; dove è mancato, si sono viste difficoltà. L’autocritica non deve essere un esercizio formale, ma uno strumento utile a migliorare. La sfida è rafforzare la presenza nei territori, valorizzare le energie locali e costruire candidature che nascano davvero dentro le comunità, non calate dall’alto. L’anno prossimo saremo chiamate e chiamati a una sfida ancora più grande, intanto per mandare a casa questo Governo di destra che nonostante la propaganda meloniana, non sta facendo nulla per risolvere i problemi veri del Paese, ma sarà importante anche il risultato nelle grandi città come Torino, Milano, Napoli e Roma.

Nelle elezioni politiche, spiegano gli esperti, conta molto, soprattutto nelle grandi città, il voto di opinione, quello che si rifà a temi di drammatica attualità come è quello della guerra. Elly Schlein ha posizionato il Pd su posizioni molto forti su Gaza, l’Iran, il sostegno alla Flotilla e la denuncia dei crimini del governo israeliano di Netanyahu e Ben-Gvir. Una linea che va portata avanti?
Bisogna partire da un presupposto fondamentale: non si sostengono delle posizioni e delle idee per il mero scopo di vincere delle elezioni. Lo si fa perché si ritiene sia giusto schierarsi, a livello nazionale e ormai sempre più spesso a livello internazionale, da una certa parte, che per quel che mi riguarda è quella della pace e della diplomazia di fronte alla forza muscolare, della necessità di un cessate il fuoco in molte zone del mondo, del non voltare lo sguardo dall’altra parte mentre i potenti giocano sulla vita delle persone. La segretaria Elly Schlein, io stessa e il Partito Democratico con lei riteniamo che rimanere umani e pensare alle persone e alle loro condizioni sia l’unica strada percorribile, soprattutto quando in gioco ci sono i diritti umani, la vita innanzitutto, e il rispetto del diritto internazionale. Il punto, per quanto riguarda le elezioni, non è solo ‘posizionarsi’, ma riuscire a tenere insieme la dimensione internazionale con quella sociale e quotidiana che riguarda le persone: lavoro, salari, sanità, sicurezza. Il rischio, nelle grandi città, è pensare che il voto di opinione si concentri solo su alcuni temi, ma alla fine io credo che le persone votino soprattutto per i loro problemi reali. Sappiamo che questi non vanno ignorati. Ma senza pace non ci sono neanche tutti gli altri diritti, non possiamo far finta che le due cose siano slegate. La forza di un partito progressista sta proprio nell’avere una visione su ciò che accade nel mondo, senza perdere però il contatto con i bisogni concreti del Paese. È lì che si misura la sua credibilità complessiva.

Intervista di Umberto De Giovannangeli, l’Unità

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